LA PENSIONE COMPLEMENTARE

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LA PENSIONE COMPLEMENTARE –  QUALE PENSIONE COMPLEMENTARE ?

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Premessa

Il tema dello sviluppo del pilastro previdenziale complementare si basa sull’assunto che, causa il trend demografico, occorre garantire nel tempo la sostenibilità dei sistemi previdenziali pubblici sui quali da anni si è intervenuti allungando i tempi di accesso alla pensione e riducendo il valore della rendita della pensione stessa.

Questo aspetto si inquadra nel più generale programma dell’UE di controllo del bilancio pubblico comunitario e dei bilanci pubblici nazionali che, secondo la CE, hanno visto un progressivo aumento del deficit.

In realtà i dati ufficiali dicono che se è vero che negli ultimi anni il deficit del bilancio europeo è passato dal 60 all’80% (+ 20 punti percentuali), la quota di deficit imputabile ai costi dello stato sociale è rimasta praticamente invariata attorno al 25% se si escludono gli interventi a sostegno del crescente numero di disoccupati.

L’aumento di 20 punti percentuali sul deficit del bilancio comunitario deriva al contrario da alcuni trilioni di euro che l’EU, attraverso gli Istituti finanziari centrali e nazionali, ha erogato alle banche sull’orlo del fallimento provocato dalle proprie politiche finanziarie definibili in alcuni casi avventate e in altri casi criminali.

Assodato quindi che l’aumento del deficit di bilancio non è imputabile ai costi dello stato sociale e delle pensioni in particolare, si tratta di capire se il punto dal quale partire per affrontare gli aspetti che riguardano la tutela della continuità di uno stato sociale, basato su criteri che si sono affermati nel nostro continente in oltre un secolo, sia quello di pensare a come meglio espandere forme di previdenza complementari.

E’ chiaro che se la ragione di fondo, alla base di questa scelta, è quella di favorire nuove opportunità di business per quel sistema finanziario che è all’origine della più grave crisi economica della storia, diventa difficile far prevalere criteri di logica e razionalità. Ma noi vogliamo provarci.

 

Correlazione tra Occupazione e Sistema Previdenziale Pubblico

Logica e razionalità ci dicono che quanto più si contrae il numero degli occupati tanto più si riduce la massa di contributi che pervengono nelle casse di un ente previdenziale pubblico. Ne consegue che il deficit dell’ente aumenta se non si riesce a risolvere la causa a monte che è per l’appunto quella della disoccupazione.

–     Allungare i termini della vita lavorativa non risolve il problema di fondo e per certi versi lo aggrava se pensiamo che chi perde il lavoro in età matura non ha più l’obiettivo di uno standard di vita dignitoso quanto quello della sopravvivenza

–     Ridurre il valore della rendita per coloro che accedono alla pensione invece di assicurare il mantenimento di uno standard di vita dignitoso garantisce la crescita della massa di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà.

 

Correlazione tra Occupazione e Sistemi Previdenziali Complementari

Anche in questo caso esiste una correlazione forte tra il livello occupazionale e le possibilità per i lavoratori di investire in un fondo previdenziale complementare.

Assunto che coloro che sono disoccupati hanno ben altre priorità che quelle di investire in una forma di previdenza complementare guardiamo alle condizioni di coloro che hanno un lavoro.

–     Dipendenti con un impiego fisso e un contratto a tempo indeterminato.

Il salario medio di un lavoratore italiano è oggi pari a 1.327 euro netti mensili. I suoi versamenti contributivi a favore del sistema previdenziale pubblico sono pari al  33% del salario lordo e sono per il 23,81% a carico del datore di lavoro e per il 9,19% a carico del lavoratore stesso (la percentuale sale al 10,19% da calcolarsi sulla quota di reddito che supera i 42.043 euro lordi annui). Non è difficile comprendere quanto siano ristretti i margini di investimento che un lavoratore potrebbe decidere partendo da tale livello salariale

–     Dipendenti flessibili o precari

In Italia abbiamo oggi oltre 4 milioni di lavoratori precari molti dei quali non riescono a lavorare in modo continuativo più di qualche mese all’anno. Coloro che hanno un contratto precario ma continuativo su base annua ricevono un salario netto di circa 900 – 1000 euro. Francamente impensabile che possano anche solo considerare l’ipotesi di investire dei soldi in un sistema di previdenza complementare.

 

Considerazioni sull’impegno economico

L’investimento richiesto da un sistema previdenziale complementare al fine di permettere al termine della vita lavorativa di compensare la pensione pubblica e garantirsi un reddito adeguato al mantenimento di uno standard di vita qualitativo è per molti lavoratori non affrontabile. Destinare 100 o 200 euro mensili ad una assicurazione previdenziale determina un ritorno economico irrisorio al termine della vita lavorativa (si veda di seguito la proiezione di un caso reale).

Se per un giovane lavoratore l’ostacolo è insormontabile, considerando la precarietà della sua condizione lavorativa e il basso salario che percepisce, ostacoli ancor maggiori li trova un lavoratore over50-55 che, quand’anche decidesse di investire, avrebbe davanti a se un periodo lavorativo troppo breve per permettergli di maturare un vantaggio economico significativo al momento della pensione.

 

Gli incentivi all’adesione ad un fondo previdenziale complementare

In Italia esistono incentivi fiscali per coloro che decidono di investire in un sistema previdenziale complementare. Su base annua è possibile dedurre dal proprio reddito fino ad un massimo di 5.000,00 euro investiti in nella previdenza complementare. In termini pratici l’incentivo è interessante poiché permette di recuperare parte delle tasse che gravano sul reddito. Chi sceglie questa opzione lo fa spesso indipendentemente dalla redditività che gli garantirà il fondo pensionistico in quanto può subito recuperare parte dell’investimento attraverso un risparmio fiscale.

 

La situazione dei sistemi di previdenza complementare in Italia

A partire dal 2007 in Italia è stata avviata una azione di incentivazione allo sviluppo dei sistemi di previdenza complementare attraverso la creazione di fondi pensione su base privatistica. I lavoratori sono stati incentivati ad investire parte del proprio Trattamento di Fine lavoro in questi fondi.

La situazione alla fine del 2013 era la seguente:

 

Classe lavoratore Nr. Occupati Aderenti alla previdenza complementare

%

Dipendente settore privato

13.543.000

4.355.970

32,2

Dipendente settore pubblico

3.335.000

160.263

4,8

Lavoratori autonomi

5.542.000

1.687.530

30,4

Totale

22.420.000

6.203.763

27,7

 

Redditività di un sistema di previdenza complementare

L’esempio che riportiamo è reale e riferito ad un Fondo Previdenziale Complementare proposto in Italia da una importante società finanziaria francese.

Una lavoratrice, nata nel 1963, decide nel 2009 di aderire al Fondo Previdenziale Complementare arrivando a versare a fine 2014 circa 19.000 euro. Con riferimento all’attuale monte dei versamenti contributivi effettuati la lavoratrice all’età di 66 anni ha maturato un rendita annua pari a 899 euro lordi (75 euro lordi mensili).

Nel caso decida di proseguire il rapporto con il Fondo in questione e stimando di mantenere un analogo livello di contribuzione annua, nel 2029, quando avrà raggiunto l’età di 67 anni, avrà versato un monte contributi lordi pari a 52.432 euro che le daranno diritto alla rendita annua previdenziale di 2.345 euro lordi (195 €  mensili).

Se non si prendono in considerazione i vantaggi fiscali derivanti dai contributi versati il calcolo costi-benefici risulta improponibile.

 

Credibilità dei promotori di sistemi di previdenza complementare

Pur ipotizzando le migliori garanzie a tutela dei lavoratori che in forma privata o collettiva decidano di aderire ad un sistema di previdenza complementare occorre tenere presente che i contributi versati verranno inevitabilmente affidati ad un ente finanziario la cui natura è e sarà sempre orientata al profitto. Infatti la principale distinzione tra sistema pubblico e privato è data dal fatto che il primo ha una vocazione etica intrinseca ai valori di un corpo sociale che si riconosce in uno Stato che si assume l’onere di garantire la dignità dei propri cittadini mentre il secondo ha come obiettivo prioritario il profitto che può ricavare dall’investimento del denaro disponibile nell’interesse, forse, dei propri aderenti ma in prima istanza nell’interesse dell’ente gestore.

Ciò che è successo negli USA dove decine di migliaia di lavoratori si sono trovati senza pensione a causa del fallimento dei fondi pensione in cui avevano investito è presente nella memoria di tanti. Il fatto che in ambito UE si ipotizzino rigide forme di controllo e verifica sull’impiego dei fondi previdenziali a garanzia degli investitori rassicura fino ad un certo punto dato che anche in Europa banche e istituti finanziari, e tra questi alcuni dei più importanti a livello continentale, hanno dovuto ricorrere ad imponenti sostegni finanziari pubblici (cioè prelevando dalle tasche dei cittadini) per evitare crack dovuti al fatto che anche in Europa hanno fatto ricorso per anni alle stesse pratiche ad alto rischio e, in molti casi fraudolente, attuate negli USA.

Conclusioni

Riassumendo noi riteniamo che occorra avviare un processo di ripensamento globale sulle politiche e le strategie dell’UE. E’ del tutto inutile stupirsi e lamentarsi per le basse percentuali di votanti alle elezioni europee e preoccuparsi per l’avanzata delle forze nazionaliste antieuro.

Solo un diverso approccio che assuma come elemento prioritario dell’azione politica la condizione del cittadino, i suoi diritti, la sua dignità, ecc., può avviare il recupero della credibilità dell’Europa e delle sue Istituzioni.

Il lavoro e le iniziative atte a recuperare i tanti posti di lavoro perduti, la difesa dello stato sociale in tutte le sue componenti sono le priorità sulle quali occorre muoversi.

Tra queste priorità certamente non rientra quella dell’incentivazione allo sviluppo di sistemi previdenziali complementari.

 

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