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Pubblichiamo sull'argomento delle interessanti considerazioni del nostro consigliere Stefano Giusti.

Ho letto l’articolo di ieri sul CdS dal titolo “Inattivi convinti” www.corriere.it/cronache/09_luglio_16/mangiarotti_rapporto_gioventu_e39551a0-71ca-11de-87a4-00144f02aabc.shtml) e ancora una volta mi sono cadute le braccia (ammesso che stiano ancora attaccate da qualche parte…) per la pochezza e la superficialità del contenuto sparato oltretutto in prima pagina. Già il titolo “Generazione Né-Né (già che c’era poteva metterci pure Didì, Vavà e Pelè…) basterebbe per premiare l’articolista (o il titolista ) con un calcio nel sedere, ma come sempre il peggio stava nei contenuti. Cominciamo la destrutturazione dell’indecente articolo pezzetto per pezzetto partendo dalle cifre e finendo ai contenuti. La giornalista (?) parte suonando l’allarme fancazzismo e dicendo che Nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni ci sono 270 mila ragazzi che non studiano e non lavorano. Diamine che cifra, direbbe chiunque, salvo poi fare una piccola correzione di tiro dicendo che tra questi gli inattivi convinti sono 50 mila che della loro inattività ne fanno una scelta; più 11 mila ché di lavorare o studiare non ne vogliono sapere («non mi interessa», «non ne ho bisogno»). Quindi stringi stringi i puzzoni nullafacenti sono 60mila che se consideriamo sia chi è ricco di famiglia sia chi rientra nel cronico tasso sociale di malavoglia verso qualsiasi attività, diventa un dato quasi insignificante. Converrete che tra 270mila e 60mila c’è una bella differenza… Però l’articolo deve andare avanti e il “dagli all’untore (in questo caso dagli al fancazzista) deve continuare per cui giù altre cifre da “allarme rosso i fannulloni ci invadono!” Stessa tendenza nei dati relativi ai giovani tra i 25 e 35 anni: un milione e 900mila non studia e non lavora. Vale a dire: quasi uno su quattro (il 25%). Gesù, siamo assediati da una massa di nullafacenti professionisti… anche qui però arriva la correzione. Un milione e 200 mila di questi gravitano nella disoccupazione. Settecentomila sono invece gli «inattivi convinti». Anche qui una bella differenza tra 1mlione900mila e 700mila siamo quasi a un terzo. Ovviamente nessuno dice che non si possa dare una lettura sociale del fenomeno, ma alla fine stringi stringi vediamo che sommando le due cifre gli inattivi totali nella fascia di età 15-35 anni sono 2milioni 170mila. Tra questi però gli inattivi convinti (quelli cioè che ne fanno uno stile di vita) sono in tutto 760mila. Certo, una cifra grossa, ma nulla che possa dare una connotazione sociale allarmante di nessun tipo. Secondo la rilevazione Istat 2008 la popolazione nella fascia di età citata (15-35) è di 15milioni107mila028 persone. Che tra 15milioni di persone ci siano 760mila tra ricchi e veri fancazzisti (il 5%) mi sembra un dato fisiologico, niente di allarmante. Più interessante sarebbe stato a questo punto, cercare di capire cosa sono, chi sono, il rimanente 1milione400mila circa, che non sono fannulloni per professione o censo ma che la diligente compilatrice dell’articolo liquida con un vago persone che gravitano nella disoccupazione. Intanto sarebbe stato bene spiegare cos’è per le rilevazioni statistiche un inattivo, altrimenti detto così viene da pensare a un tipo alla Paolino Paperino che passa tutte le sue giornate sul divano a fare pisolini. Per l’Istat la voce Inattivo comprende le persone in età tra i 14 e i 64 anni suddivise in quattro sottocategorie: a) coloro che cercano lavoro non attivamente e sono disponibili a lavorare, b) coloro che non cercano lavoro ma non sono immediatamente disponibili, c) coloro che non cercano lavoro, ma sarebbero disposti ad accettarne uno che gli venisse offerto e d) coloro che non cercano lavoro e che non sono disponibili a lavorare. Cosa significa cercare per l’istat cercare lavoro attivamente(e quindi rientrare nell’altra categoria, quella dei disoccupati)? Vuol dire aver avuto un colloquio di lavoro, o un contatto con un centro pubblico per l'impiego (i vecchi centri di collocamento), o aver partecipato a un concorso pubblico, oppure aver messo un annuncio sul giornale entro le due settimane precedenti il momento dell'intervista. Detto questo sarebbe stato bello se la giornalaia (ops mi scuso con la categoria, volevo dire giornalista) si fosse chiesta: ma sto milione e passa che rimane perché è inattivo? Perché è vittima di un virus? Perché spera nel Superenalotto? Oppure perché in Italia dati Istat alla mano (Cito testualmente il Rapporto Annuale 2008 dell’Istat). “In Italia la ricerca di lavoro rimane prevalentemente affidata ai canali informali (conoscenti, amici e parenti), a cui ricorre circa il 76% delle persone in cerca di lavoro, rispetto al 58,3 per cento della media Ue. Anche i datori di lavoro sembrano preferire i canali informali: la conoscenza diretta o la segnalazione costituiscono le principali modalità di selezione del personale per quasi un imprenditore su due. Pochi gli individui che trovano lavoro tramite i Centri per l’impiego. Nel biennio 2006-2007 il servizio pubblico è riuscito a collocare 95 mila persone, ossia il 4,1% di coloro che vi si sono rivolti. Ancora Istat “Il ricorso alle Agenzie per il lavoro è inferiore a quello dei Centri per l’impiego, e nel 2007 ha riguardato 974 mila persone. In particolare, 898 mila individui hanno avuto contatti con un’agenzia di lavoro interinale, appena 54 mila con un’altra struttura di collocamento e 22 mila con entrambe. Sebbene il ricorso alle Agenzie per il lavoro sia relativamente meno esteso, esso interessa prevalentemente le agenzie interinali che servono a far fronte a picchi di produzione oppure a carenze contingenti di personale”. Insomma sia le Agenzie che i CpI non sembrano essere un buon canale per la ricollocazione di un disoccupato tout-court (e sappiamo bene peggio per un Over 40). Nel biennio 2006-2007 il servizio pubblico è riuscito a collocare 95 mila persone, ossia il 4,1% di coloro che vi si sono rivolti. Insomma in Italia se resti disoccuppato o hai uno zio cardinale (ma della corrente Ratzinger altrimenti manco quello serve…) oppure è molto difficile rientrare in certi circuiti produttivi e noi ne sappiamo bene qualcosa. Ed ecco quindi già che la faccenda degli inattivi diventa ben più complessa che riconducibile al semplice fancazzismo. Ma la suddetta articolista se ne guarda bene dal fare il minimo del suo mestiere, cioè analizzare i dati fare domande e cercare risposte, ma preferisce chiosare scrivendo che È stato calcolato (ma ce lo dici da chi? l’istat? l’istituto interplanetario di commercio? la spectre? possibile che si debba sempre affermare per sentito dire?) che se avessimo tassi occupazionali pari a quelli dei Paesi bassi (La b minuscola è sempre dell’articolista), il nostro Pil guadagnerebbe 1-2 punti in percentuale. Come se il problema del PIL italiano fosse che in giro c’è tanto di quel lavoro che ti insegue e di contro una massa di smidollati che fugge orripilata al solo sentir parlare di occupazione. Direi che può bastare così, di cacca ce n’è abbastanza per spingerci a una preghiera collettiva sperando che l’energia sprigionata guidi la giornalaia verso occupazioni a lei più consone quali la coltivazione di cetrioli o la raccolta di maturi e sugosi Sanmarzano. Resta l’amarezza di certi articoli sparati in prima pagina (Sul Corsera mica sulla Gazzetta di Vallecorsa….) con il solo scopo di suscitare reazioni qualunquistiche e luoghi comuni del tipo “A sti giovani nun je và de fa una ceppa” “Se uno c’ha la bona volontà qualcosa lo trova” “Tanto ce sta mamma che li mantiene…” Il tutto per dire a chi vuol capire, non ci rompete con i discorsi su Welfare e politiche di sostegno perché (secondo chi ci governa) il problema della disoccupazione oggi è uno solo: la gente nun c’hanno voja de fa un….

Stefano Giusti

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L'esercito degli inattivi: braccia rubate all'agricoltura PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 20 Luglio 2009 12:34

Pubblichiamo sull'argomento delle interessanti considerazioni del nostro consigliere Stefano Giusti.

Ho letto l’articolo di ieri sul CdS dal titolo “Inattivi convinti” www.corriere.it/cronache/09_luglio_16/mangiarotti_rapporto_gioventu_e39551a0-71ca-11de-87a4-00144f02aabc.shtml) e ancora una volta mi sono cadute le braccia (ammesso che stiano ancora attaccate da qualche parte…) per la pochezza e la superficialità del contenuto sparato oltretutto in prima pagina. Già il titolo “Generazione Né-Né (già che c’era poteva metterci pure Didì, Vavà e Pelè…) basterebbe per premiare l’articolista (o il titolista ) con un calcio nel sedere, ma come sempre il peggio stava nei contenuti. Cominciamo la destrutturazione dell’indecente articolo pezzetto per pezzetto partendo dalle cifre e finendo ai contenuti. La giornalista (?) parte suonando l’allarme fancazzismo e dicendo che Nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni ci sono 270 mila ragazzi che non studiano e non lavorano. Diamine che cifra, direbbe chiunque, salvo poi fare una piccola correzione di tiro dicendo che tra questi gli inattivi convinti sono 50 mila che della loro inattività ne fanno una scelta; più 11 mila ché di lavorare o studiare non ne vogliono sapere («non mi interessa», «non ne ho bisogno»). Quindi stringi stringi i puzzoni nullafacenti sono 60mila che se consideriamo sia chi è ricco di famiglia sia chi rientra nel cronico tasso sociale di malavoglia verso qualsiasi attività, diventa un dato quasi insignificante. Converrete che tra 270mila e 60mila c’è una bella differenza… Però l’articolo deve andare avanti e il “dagli all’untore (in questo caso dagli al fancazzista) deve continuare per cui giù altre cifre da “allarme rosso i fannulloni ci invadono!” Stessa tendenza nei dati relativi ai giovani tra i 25 e 35 anni: un milione e 900mila non studia e non lavora. Vale a dire: quasi uno su quattro (il 25%). Gesù, siamo assediati da una massa di nullafacenti professionisti… anche qui però arriva la correzione. Un milione e 200 mila di questi gravitano nella disoccupazione. Settecentomila sono invece gli «inattivi convinti». Anche qui una bella differenza tra 1mlione900mila e 700mila siamo quasi a un terzo. Ovviamente nessuno dice che non si possa dare una lettura sociale del fenomeno, ma alla fine stringi stringi vediamo che sommando le due cifre gli inattivi totali nella fascia di età 15-35 anni sono 2milioni 170mila. Tra questi però gli inattivi convinti (quelli cioè che ne fanno uno stile di vita) sono in tutto 760mila. Certo, una cifra grossa, ma nulla che possa dare una connotazione sociale allarmante di nessun tipo. Secondo la rilevazione Istat 2008 la popolazione nella fascia di età citata (15-35) è di 15milioni107mila028 persone. Che tra 15milioni di persone ci siano 760mila tra ricchi e veri fancazzisti (il 5%) mi sembra un dato fisiologico, niente di allarmante. Più interessante sarebbe stato a questo punto, cercare di capire cosa sono, chi sono, il rimanente 1milione400mila circa, che non sono fannulloni per professione o censo ma che la diligente compilatrice dell’articolo liquida con un vago persone che gravitano nella disoccupazione. Intanto sarebbe stato bene spiegare cos’è per le rilevazioni statistiche un inattivo, altrimenti detto così viene da pensare a un tipo alla Paolino Paperino che passa tutte le sue giornate sul divano a fare pisolini. Per l’Istat la voce Inattivo comprende le persone in età tra i 14 e i 64 anni suddivise in quattro sottocategorie: a) coloro che cercano lavoro non attivamente e sono disponibili a lavorare, b) coloro che non cercano lavoro ma non sono immediatamente disponibili, c) coloro che non cercano lavoro, ma sarebbero disposti ad accettarne uno che gli venisse offerto e d) coloro che non cercano lavoro e che non sono disponibili a lavorare. Cosa significa cercare per l’istat cercare lavoro attivamente(e quindi rientrare nell’altra categoria, quella dei disoccupati)? Vuol dire aver avuto un colloquio di lavoro, o un contatto con un centro pubblico per l'impiego (i vecchi centri di collocamento), o aver partecipato a un concorso pubblico, oppure aver messo un annuncio sul giornale entro le due settimane precedenti il momento dell'intervista. Detto questo sarebbe stato bello se la giornalaia (ops mi scuso con la categoria, volevo dire giornalista) si fosse chiesta: ma sto milione e passa che rimane perché è inattivo? Perché è vittima di un virus? Perché spera nel Superenalotto? Oppure perché in Italia dati Istat alla mano (Cito testualmente il Rapporto Annuale 2008 dell’Istat). “In Italia la ricerca di lavoro rimane prevalentemente affidata ai canali informali (conoscenti, amici e parenti), a cui ricorre circa il 76% delle persone in cerca di lavoro, rispetto al 58,3 per cento della media Ue. Anche i datori di lavoro sembrano preferire i canali informali: la conoscenza diretta o la segnalazione costituiscono le principali modalità di selezione del personale per quasi un imprenditore su due. Pochi gli individui che trovano lavoro tramite i Centri per l’impiego. Nel biennio 2006-2007 il servizio pubblico è riuscito a collocare 95 mila persone, ossia il 4,1% di coloro che vi si sono rivolti. Ancora Istat “Il ricorso alle Agenzie per il lavoro è inferiore a quello dei Centri per l’impiego, e nel 2007 ha riguardato 974 mila persone. In particolare, 898 mila individui hanno avuto contatti con un’agenzia di lavoro interinale, appena 54 mila con un’altra struttura di collocamento e 22 mila con entrambe. Sebbene il ricorso alle Agenzie per il lavoro sia relativamente meno esteso, esso interessa prevalentemente le agenzie interinali che servono a far fronte a picchi di produzione oppure a carenze contingenti di personale”. Insomma sia le Agenzie che i CpI non sembrano essere un buon canale per la ricollocazione di un disoccupato tout-court (e sappiamo bene peggio per un Over 40). Nel biennio 2006-2007 il servizio pubblico è riuscito a collocare 95 mila persone, ossia il 4,1% di coloro che vi si sono rivolti. Insomma in Italia se resti disoccuppato o hai uno zio cardinale (ma della corrente Ratzinger altrimenti manco quello serve…) oppure è molto difficile rientrare in certi circuiti produttivi e noi ne sappiamo bene qualcosa. Ed ecco quindi già che la faccenda degli inattivi diventa ben più complessa che riconducibile al semplice fancazzismo. Ma la suddetta articolista se ne guarda bene dal fare il minimo del suo mestiere, cioè analizzare i dati fare domande e cercare risposte, ma preferisce chiosare scrivendo che È stato calcolato (ma ce lo dici da chi? l’istat? l’istituto interplanetario di commercio? la spectre? possibile che si debba sempre affermare per sentito dire?) che se avessimo tassi occupazionali pari a quelli dei Paesi bassi (La b minuscola è sempre dell’articolista), il nostro Pil guadagnerebbe 1-2 punti in percentuale. Come se il problema del PIL italiano fosse che in giro c’è tanto di quel lavoro che ti insegue e di contro una massa di smidollati che fugge orripilata al solo sentir parlare di occupazione. Direi che può bastare così, di cacca ce n’è abbastanza per spingerci a una preghiera collettiva sperando che l’energia sprigionata guidi la giornalaia verso occupazioni a lei più consone quali la coltivazione di cetrioli o la raccolta di maturi e sugosi Sanmarzano. Resta l’amarezza di certi articoli sparati in prima pagina (Sul Corsera mica sulla Gazzetta di Vallecorsa….) con il solo scopo di suscitare reazioni qualunquistiche e luoghi comuni del tipo “A sti giovani nun je và de fa una ceppa” “Se uno c’ha la bona volontà qualcosa lo trova” “Tanto ce sta mamma che li mantiene…” Il tutto per dire a chi vuol capire, non ci rompete con i discorsi su Welfare e politiche di sostegno perché (secondo chi ci governa) il problema della disoccupazione oggi è uno solo: la gente nun c’hanno voja de fa un….

Stefano Giusti

 
L'assessora Tibaldi ad ATDAL Over 40: rimuoverò i limiti di età per il reddito garantito! PDF Stampa E-mail
Scritto da Aurelio   
Giovedì 09 Luglio 2009 21:23

“Sono molto soddisfatta per l’incontro tenutosi con l’associazione Atdal sui diritti e le misure destinate ai lavoratori over 40 a rischio di espulsione dal mercato del lavoro”. E’ quanto ha dichiarato l’assessore al Lavoro, Pari opportunità e Politiche giovanili della regione Lazio Alessandra Tibaldi in merito all’incontro sul tema del reddito minimo garantito e dei diritti per questa categoria di lavoratori. “Le richieste che ci sono pervenute - ha continuato - sull’allargamento dei beneficiari sono in linea con quanto da me richiesto e con quanto già previsto dalla legge sul reddito. Per questo stiamo lavorando per aumentare il finanziamento alla legge, che oggi prevede già una spesa di 20 milioni di euro l’anno. Il nostro obiettivo è di arrivare ad almeno 60 milioni di euro”.

L’assessore al lavoro ha detto ancora che “il target degli attuali beneficiari (29-44 anni) è valido solo per l’avvio di questa prima fase sperimentale della legge che, nei prossimi anni, deve diventare un intervento strutturale”. L’incontro ha anche affrontato altri temi relativi ai diritti dei lavoratori over 40 spesso espulsi dal mercato del lavoro e che hanno difficoltà di ricollocazione. “E’ necessario - ha affermato in proposito Tibaldi - riprendere la discussione in Consiglio regionale della legge a favore degli over 40, così come la rimozione degli ostacoli dettati dai limiti di età per l’autoimprenditoria. Infine, viste le competenze di molti lavoratori in età adulta, sarà opportuno prevedere delle forme di coinvolgimento e partecipazione per un affiancamento di alcuni servizi alle attivita' di sostegno e ricerca del lavoro”.

L’assessore regionale del Lazio ha continuato sostenendo che “quello che stiamo facendo, dalla legge sul reddito minimo garantito, alle misure destinate ai giovani fino ai 29 anni, alle iniziative di coinvolgimento per i lavoratori over 40, e' un intervento ad ampio raggio di garanzia di nuovi diritti ed opportunità che vuole tenere conto delle diverse esigenze e necessità”. “Incontri come quello tenutosi con l’associazione Atdal - ha concluso Tibaldi - seguono un metodo avviato ormai 4 anni fa e basato sul coinvolgimento, la partecipazione e l'ascolto delle proposte della societa' civile da parte del governo regionale. Vogliamo cercare soluzioni condivise ed in grado di incidere nelle difficoltà e nelle problematiche di molti cittadini della nostra regione”.

‘Atdal Over 40’, prendendo atto con soddisfazione della posizione espressa dall’assessore Tibaldi, ha a sua volta sollecitato la discussione, in consiglio Regionale del Lazio, della proposta di legge a favore degli over 40 ferma da circa tre anni, che prevede tra l’altro servizi specifici, presso i centri per l’impiego ed ha proposto di instaurare un tavolo di confronto con l’assessorato sul problema della disoccupazione in età matura e dell’invecchiamento attivo.

Visto il parere favorevole dell’assessorato le parti hanno concordato una serie di incontri, a partire dal prossimo 24 luglio, con un’agenda che riguarderà: legislazione regionale a favore dei lavoratori adulti disoccupati; progetti e servizi mirati per favorire il reinserimento dei lavoratori over 40 disoccupati; inclusione delle associazioni del terzo settore che operano a favore dei lavoratori adulti nei sistemi di accreditamento per i servizi per il lavoro della regione Lazio attualmente allo studio; provvedimenti a favore dell'autoimprenditoria degli over 40 anche attraverso la rimozione dei vigenti limiti di età.


 

08/07/2009
 
Lavori in corso PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Sabato 13 Giugno 2009 06:40

Rieccoci! Problemi tecnici ci hanno permesso solo ora di ripristinare il sito ATDAL.EU. In questi giorni verranno di nuovo inseriti i contenuti.

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